Rajhastan – 15/11

La sveglia suona troppo presto. Questa cosa mi fa sentire a casa. In qualunque parte del mondo, la carenza di sonno ha sempre lo stesso sapore di lenzuola calde.Sono le cinque.

Ci rinfreschiamo velocemente e scendiamo nella hall dove alcuni dei nostri compagni di viaggio sono in attesa. C’è anche una compagnia di asiatici che, molto più preparati e motivati di noi, sono in procinto di partire.

Fa fresco la mattina e nel cielo terso si possono vedere delle stelle. In lontananza il rumore dei clacson risuona come un ringhio minaccioso. Agra è pronta ad accoglierci tra le sue fauci di caos e smog.

La strada per la biglietteria è breve. In dieci minuti siamo arrivati, prima degli asiatici del nostro albergo. Via attacchiamo a queste sterili soddisfazioni per non pensare che ci siamo svegliati alle 5 per aspettare l’apertura della biglietteria alle 6.

Dei pullmini ci portano dalla biglietteria fino all’ingresso del Taj Mahal, dove effettuiamo la coda per entrare. Uomini e donne separati. 

Entrati, l’emozione è forte. Tutta la struttura comunica la sua magnificenza. Sono di fronte a una delle moderne sette meraviglie del mondo. Lo giriamo tutto, è come un enorme animale esotico è raro, lo giri all’esterno, lo scruti, cerchi di capirlo, ma vieni sovrastato dall’emozione di essere al suo cospetto.

Possiamo entrare anche all’interno, a vedere le tombe, ma l’emozione non è la medesima.

Faccio diverse foto, non so se mai mi ricapiterà di tornarci. Il fascino e la personalità di questo posto è travolgente.

Rimaniamo fino alle 9, quando iniziamo a tornare verso il pullman. Percorriamo un lungo viale dove negozianti di souvenir cercano di attirarci nei loro locali. Qui vedo il primo dromedario del viaggio. Tira stancamente un carretto che trasporta dei turisti. Non sembra felice.

Arrivati al parcheggio dei pullman veniamo invasi da venditori di tutti i tipi, che cercano di propinarci le loro merci. Insistono molto, tirano sul prezzo e alla fine qualcuno di noi cede.

Rientriamo all’hotel, consumiamo una ottima colazione di chiaro influsso britannico (uova bianche, pan cakes, patate, fagioli, marmellate, pane tostato), recuperiamo le borse e partiamo. Destinazione: la fortezza di Agra. 

Ci arriviamo abbastanza agilmente, nonostante il traffico. La vediamo dal finestrino mentre ne costeggiamo i bastioni. Un enorme, monolitico complesso di arenaria rossa. Il primo pensiero è se e quali film potrebbero averci girato all’interno. Bollywood escluso.

La sua vista è’ evocativa, così come la visita all’interno. Da qui, nonostante la foschia di polvere e smog, è possibile distinguere in lontananza la sagoma del Taj Mahal. La giriamo tutta e il nostro coordinatore (che ne sa) ci racconta e spiega un po’ di storia.

Scatto diverse foto, ma il problema è che ti viene da immortalare qualsiasi cosa. Da uno scorcio dei bastioni, alle scimmie all’ingresso (il primo avvistamento del viaggio). Diventiamo anche soggetti di foto di alcuni indiani, che evidentemente vedono gli occidentali come un mito o una bestia rara.
All’uscita, nel percorso verso il pullman, veniamo nuovamente assaltati da venditori ambulanti e poveri che chiedono la carità. Abbiamo ricevuto consiglio di non donare denaro, per non favorire questa pratica. Intendo seguire questo consiglio, anche se qui è davvero difficile. Quando dal vivo ti trovi attorniato da tre madri che chiedono qualcosa per dar da mangiare al bambino che hanno in braccio, dire di no è dura. Cercano soprattutto di rivolgersi alle donne del gruppo e qualcuna tira fuori qualche soldo.

Nel casino delle strade fuori dalla fortezza, si perdono tre membri della combriccola. Ma in cinque minuti li recuperiamo. Siamo pronti a rituffarci nel caos di Agra. Destinazione Fatehpur Sikri.

Metà della strada la percorro dormendo, il restante tratto ammirando la pianura Rajhastana. Mi viene da pensare alla mia pianura. Ma dove da noi domina l’umidità, qui domina la polvere. Le strade equivalenti alle nostre statali sono affollate, ma più scorrevoli di quelle delle città. Ai bordi puoi trovare di tutto. Da negoziati di alimentari dispersi nel nulla a venditrici di escrementi di vacca. Da mattonai a ragazzine che intrecciano erbe secche per farci delle specie di maracas. Vedi tanta umiltà lungo le strade del Rajhastan, ma la apprezzi se sai rispettarla. 

Arriviamo al complesso archeologico di Fatehpur Sikri, la città ideale fatta costruire da Akbar il Grande su indicazione di un santone locale. Secondo la storia, Akbar non riusciva ad avere un erede. Il santone gli disse che se avesse costruito una città li, sarebbe diventato padre. Akbar costruì e il figlio arrivo. Solo che sembra che si fossero dimenticati di un piccolo dettaglio. Non c’era abbastanza acqua per sostenere la città, per cui in diciassette anni la città venne abbandonata. Is visita è’ divisa in due parti, prima il palazzo di Akbar, in arenaria rossa, bellissimo e carico di fascino. Un sacco di corti interne spaziose e piccoli palazzi interni molto ariosi. Con un po’ di immaginazione si può fantasticare sulla sua magnificenza con tappeti, tende e cuscini di tutti i colori. Un paio di ragazzi mi chiedono di fare la foto con loro, con il “Blanco”.

La seconda parte invece è la ex moschea, con la tomba del santone e la porta della Vittoria (o conquista, non ricordo). Qui veniamo convinti da un gruppo di ragazzi che per 50 rupie ci controlleranno le scarpe, (si entra scalzi, o con le calze), affitteranno dei pareo per chi ha i pantaloncini e ci faranno fare il giro del posto. Iniziamo ad essere attorniati da venditori e mendicanti, così decidiamo di accettare. Tanto le scarpe dovremmo lasciarle fuori lo stesso.

Entriamo e ci troviamo di fronte a una corte interna vastissima, con sulla destra la tomba del santone (ci entriamo, con capo coperto e veniamo benedetti) e sulla sinistra la porta della vittoria, altra 54 metri. La nostra “guida” ci porta da alcuni venditori di souvenir e qui compriamo tutti qualcosa. La corte è’ piena di bambini che chiedono le elemosine, soprattutto nella zona della porta, tra ambulanti e bambini, la situazione si fa un po’ insostenibile. Facciamo frettolosamente qualche foto e poi torniamo a prendere le scarpe.

Moti di noi nella strada di ritorno al bus sono abbastanza provati da quella calca di persone che si sono trovate addosso. Credo che sarà così ancora per qualche giorno, poi ci abitueremo un po’.

Per arrivare a Jaipur, dovremo percorrere almeno 4 ora di auto. Ma Jaipur è la capitale del Rahjastan, per cui è facile aspettarsi traffico come ad Agra.

La verità invece è molto diversa. Jaipur è trafficata ma non intasata. Le auto rispettano i semafori, usano le frecce, anche se anche qui c’è una gran passione per il clacson.

L’albero e’ molto particolare e abbastanza tipico. Su tre piani con piccola corte interna. Sembra il palazzo di un ricco mercante riqualificato. Mangeremo qui stasera, anche perché sono già le 22. Domani visiteremo Jaipur e dato che siamo svegli dalle 5, forse è il caso di andare a dormire presto.

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