Rajahstan – Riflessioni di fine viaggio

Sono passate 3 settimane dal mio rientro in patria. Oramai quel viaggio sembra un vago ricordo, ma alcuni pensieri ancora aleggiano per la mia testa. Ho deciso di scriverli e con essi concludere questa sorta di diario di viaggio.

– Honda Hero, la più amata dagli indiani. Come ho detto, qui il traffico è folle. Il mezzo più diffuso sicuramente è la motocicletta e il modello che ho visto girare di più è la Honda Hero 250. Una moto di cui non avevo mai sentito parlare, prima di arrivare qui. Non escludo che il motivo della sua diffusione sia prettamente economico. Altra moto da menzionare, anche se probabilmente ricercata da chi ama andare in moto e non cerca semplicemente un mezzo è la Royal Enfield 350. Classicone stile inglese che ha acquisito fascino col tempo.
Se vuoi farti un viaggio in Rajahstan in the road, scegli questa.

– Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Non abbiamo quasi visto gatti in tutto il Rajahstan. Giusto un paio a Mandawa. Non so come mai. Eh, no. Non li mangiano.

– Escursione termica. Per tutta la durata del viaggio abbiamo avuto delle forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Bastava che tramontasse il sole perché le temperature scendessero di dieci gradi. Credo che la pelle degli anziani rajahstani sia così simile al cuoio anche perché temprati da questo clima.

– la contrattazione. Per comprare devi contrattare. Anche dove c’è scritto FIXED PRICE, alla fine puoi contrattare. Tanto alla fine ci guadagnano sempre loro. Sono bravi e noi turisti non siamo abituati, quindi possono approfittarne.

– supermercati. Non ne ho visto uno. Credo non ci siano, quindi andranno sempre al bazaar, con enorme dispendio di tempo e energie.

– dossi. Le strade rajahstane hanno spesso dei dossi per rallentare il traffico. Ma non sono segnalati, se li vedi, bene, altrimenti preparati a rifare le sospensioni. Shiva, l’autista del nostro pullman aveva fortunatamente una buona vista.

– clacson. Qui li suonano tutti. L’inquinamento acustico da clacson è ai livelli massimi. Tramite esso gli autisti comunicano come fossero animali nella foresta.
C’è anche una notevole varietà di suoni diversi, dimostrazione che c’è un mercato e negozi che sono specializzati nel montare clacson personalizzati e distintivi.

– il coordinatore. Questo viaggio è stato caratterizzato da un colpo di fortuna indiscutibile. Quella di aver avuto un coordinatore del gruppo che va oltre l’eccelso. Gentile, paziente, preparato, disponibile. Senza di lui l’esperienza non sarebbe sicuramente stata così piacevole e piena. Ha saputo gestire 18 persone molto diverse tra loro, senza mai alzare i toni e senza mai imporsi, anzi, cercando di accontentare sempre tutti. Matej, se mai leggerai queste parole, dal più profondo del cuore, grazie.

– il post rientro. Una volta sbarcato a Milano, ho trovato strano chiedere indicazioni in italiano. Mi ha stupito trovare l’aria di Milano pulita, e apprezzare il suo cielo limpido.
Ho invece trovato orribili i suoi prezzi. Preferivo il costo della vita indiano.

– lo stomaco. Qui gli aspetti sono due: il primo riguarda gli eventuali problemi dissenterici che fortunatamente nel mio caso non si sono mai verificati. Ma non ho mai bevuto acqua del rubinetto, neanche per lavarmi i denti (usavo quelle delle bottigliette) e non ho mai preso bevande col ghiaccio (a parte la penultima sera, ma conto non avesse fatto in tempo di sciogliersi); il secondo riguarda la digestione della cucina indiana. Dopo i primi 3-4 giorni il mio stomaco si è abituato e digeriva senza il minimo problema qualsiasi pietanza.

– la visione del mondo. Questo viaggio mi ha sicuramente cambiato la visione del mondo. Tanto splendore e tanto fascino, ma anche tanta emozione data dal diverso. Una emozione non sempre positiva, ma che è il perno di un viaggio di crescita. Non mi sento lo stesso uomo di quando sono partito, sono cambiato, probabilmente poco, magari in tanto, ma il cambiamento è avvenuto.
Molti nostri problemi sono superficiali, molti bisogni non sono reali necessità. Sia spesso vittime di esigenze che non ci appartengono ma ci vengono inculcate e (colpa nostra), spesso, non vogliamo riconoscere.
Mi rendo conto di quanto siamo piccoli e i significanti.

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