Giordania – Day 6

Stamattina me la prendo comoda. Mi alzo, mando due mail, prendo un caffè e faccio un secondo breve giro a Petra. La mattina infatti è libera. Io ne approfitto per recuperare un po’ di terra di fronte al tesoro come ricordo e fare un ultimo piccolo giro.Partiamo all’1 da Petra per dirigerci verso l’origine di questo viaggio.

Il giro della Giordania non era la mia prima scelta, è stato un ripiego dopo che la prima opzione non è andata in porto.

Era una settimana per il deserto del Wadi Rum, in 4×4, dormendo in tenda o in bivacco, effettuando trekking, arrampicate, vivendo con e come i beduini della zona.

Il Wadi Rum è il motivo per cui sono in Giordania e dopo 3 ore di pulmino da Petra, ci arriviamo.

Sono nel posto dove volevo essere. In una terra inospitale, arida, fatta di montagne arrotondate dal vento e dalla pioggia e intervallate dal deserto.

Sono negli stessi posti di cui Lawrence D’Arabia descrive nei sui sette pilastri della saggezza e che sono da sfondo al film tratto dal suo libro.

Il pulmino ci lascia ai bordi della riserva (il Wadi Rum è una riserva naturale oltre che una riserva idrica sotterranea) e qui saliamo su dei 4×4 che probabilmente hanno fatto la guerra: scassati, cigolanti, ma funzionali ed evocativi.

Seguiamo un sentiero che ci porta a visitare una duna con una vista mozzafiato sui paraggi, al rifugio di Lawrence nel deserto, alcune scritture rupestri, a fare foto su un arco naturale di roccia.

Tutte cose bellissime, ma non ci fossero sarebbe uguale. Essere qui è l’unica cosa che conta. Su queste dune, a calpestare questa sabbia rossa che a tratti e’ ghiaietta e poi passa a essere farina. A godere il sole, il caldo, la sete e le labbra che si seccano.

Continuiamo a girarci a guardare attorno. Ci si sente piccoli e insignificanti al cospetto dei giganti del deserto che sono queste rocce.

Capisco perché il film The Martian con Matt Damon sia stato ambientato qui.

Sembra un altro pianeta. Sembra di essere fuori dal tempo. Qui solo il sole scandisce il tempo.

Arriviamo al campo con le tende che è quasi il tramonto.

Chiunque dica che il tramonto nel Wadi Rum sia meraviglioso, sbaglia. Due volte.

Primo perché è uno spettacolo che a parole non si può descrivere. Bisogna vederlo, bisogna viverlo, bisogna esserci.

Secondo, perché il momento migliore è quando il sole scende appena oltre l’orizzonte e il cielo inizia a riempirsi di stelle.

Quel momento in cui la volta celeste progredisce dal rosso al viola al blu scuro e si riempie di diamanti.

Anche qui, bisogna viverlo, per capirlo.
Dopo il tramonto ci sistemiamo al campo. Beviamo un te (sfortunatamente non all’Artemisia, credo di aver già detto che sto in crisi d’astinenza), ci sediamo attorno al bivacco e aspettiamo che la cena sia pronta.
La cena sono pollo con patate e cipolle cotte alla brace in un buco scavato nel terreno è coperto di sabbia.

Superlativi, anche le cipolle, che con un po’ di riso vanno giù che è un piacere (poi tanto le mangiamo tutti, quindi nessuno si accorge della puzza).

Quando siamo entrati nella tenda della cena, la temperatura era buona e c’era ancora un po’ di chiarire. Quando usciamo è buio e fa freddino.

Ci copriamo, ci risistemiamo attorno al fuoco e beviamo altro te.

Qualcuno più gagliardo lo corregge con della vodka, giusto per prepararsi adeguatamente all’ultima grande emozione della giornata.

Abbiamo infatti deciso tutti di estrarre i letti dalle tende e di dormire all’aperto. Il cielo stellato è pulito, limpido, nitido, immenso e profondo.

La via Lattea si distingue con una facilità impressionante e riusciamo a vedere un sacco di stelle cadenti.

Penso ai beduini, che a nostri occhi risultano poveri e straccioni e invece forse sono più ricchi di noi.

Non so esattamente quando mi addormento, so solo che è tardi. Molto tardi.

E che fra poco albeggia.

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