Cambogia – Day 4

La sveglia suona alle 4:30. In poco tempo ci troviamo con gli altri a prendere i tuku tuk per andare a vedere l’alba su un laghetto al sito di Angkor. A questa ora l’aria è freddina e il tragitto ci sveglia del tutto. C’è poca gente per le strade di Siem Reap, ma comunque qualcuno c’è. E’ decisamente diversa da Battambang; si sente l’influenza del turismo.

Facciamo i biglietti per visitare il sito nei prossimi 3 giorni e proseguiamo verso il lago. Arriviamo che c’è gia un po’ di gente venuta li come noi. L’alba è un momento che va ammirato in silenzio, esattamente come i tramonti. La luce dell’orizzonte aumenta progressivamente un attimo dopo l’altro rivelando i contorni della vegetazione attorno al lago. Inizio a rendermi conto di trovarmi un luogo antico, mistico e magico.

Riprendiamo i tuk tuk e torniamo all’albergo. Lungo la strada incrociamo molti bambini che vanno a scuola, gente che inizia la propria giornata di lavoro. Le vie di Siem Reap brulicano di vita ora e il pensiero che poi rifaremo quella strada in bicicletta, con quel traffico, mi inquieta un po’. Per non parlare delle distanze. Parlano di cinque chilometri, ma secondo me sono di più, molto di più. Stasera secondo me saremo cotti.

In albergo facciamo colazione e finalmente tappo la voragine che ho aperta in pancia da prima dell’alba. Non facciamo nemmeno una sosta in camera che ripartiamo. Le bici ci aspettano già fuori dall’albergo. Sono tutte da donna, mezze sgangherate, ma per fortuna almeno il sellino è regolabile. In cinque minuti siamo nel traffico di Siem Reap, E’ una cosa da pazzi, devi diventare parte del flusso dei mezzi, devi imparare a interpretarlo, stare calmo e buttarti giù di strada il più possibile.

Appena entriamo al sito di Angkor le cose migliorano per fortuna. Le strade sono ampie e ci sono pochi mezzi che circolano, anche se non incontriamo altri turisti che abbiano scelto la bicicletta come noi.

Giungiamo finalmente all’Angkor Wat. Il tempio più grande del mondo, è circondato un enorme fossato. Prendiamo una guida in inglese che ci spiega un po’ della storia del luogo e con lui giriamo praticamente tutta la zona. C’è però una nota dolente: c’è pieno di turisti. Pieno! Ora, uno lo darà per scontato, ma sono abbastanza da togliere la magia. Solo al Taj Mahal mi era successa una cosa simile. Insomma, l’emozione è grande, ma il pubblico appanna l’esperienza.ù

Da Angkor Wat riprendiamo le bici e andiamo a mangiare. Finiamo in una bettola dove consumo il buonissimo riso fritto con pollo. Non c’è niente da fare, più il cibo è street, più è buono.

Inforchiamo le nostre bici e ci dirigiamo al tempio di Bayon. E’ più recente, ma ad una prima occhiata sembra un rudere pieno di calcinacci non rimossi. Bisogna entrare e vederlo da vicino per capire che non è così, ma che è stato costruito su tre livelli, con visi di Buddha sorridenti su ogni lato di ogni guglia.. Al centro c’è un altare buddista ancora in uso. Sono sincero: questo tempio mi è piaciuto più del precedente. C’era meno calca, che sicuramente ha contribuito, ma sembra anche più autentico e caratteristico.

Quando riprendiamo le bici, troviamo vicino a noi delle scimmie. Dopo l’esperienza nepalese, me ne sto un po’ alla larga. Ma rischiamo un piccolo incidente con loro, che tentano di rubarci delle banane appena comprate. Ma riesco a nasconderle e il pericolo è scampato.

Ci dirigiamo verso il tempio di Ta Prohm, famoso per essere stato fagocitato dalla jungla e poi liberato con grossi sforzi. E’ indubbiamente quello più particolare e caratteristico tra quelli visti finora. E’ stato usato anche come set per il film di Tomb Raider. Piante simili a mangrovie allungano le loro radici come tentacoli lungo le mura e le pietre. L’interno del tempio è labirintico e mi ci perdo, arrivando così in ritardo al punto di ritrovo. Ci dirigiamo di corsa ad un altro tempio, (credo fosse Prè Rup, ma non assicuro), per poter ammirare il tramonto. La caratteristica del tempio è di essere abbastanza alto e ripido, offrendo così una suggestiva vista sulla jungla circostante. Peccato che questo magico momento, andasse condiviso con qualcosa come un centinaio di altri turisti. Tutti con la loro macchina fotografica in mano, intenti a catturare un tramonto tutto sommato nella media. All’orizzonte il cielo è coperto, ma la gente sembra sia di fronte ad uno spettacolo sconvolgente. Non c’è calma e non c’è silenzio.

Una volta che il sole scompare, iniziamo il lungo ritorno pedalando. La temperatura inizia a scendere e il buio avanza ad ogni giro di ruota. Da quello che ho potuto ammirare oggi, Angkor è stupendo. E’ curato, e girare per la jungla, trovando templi diroccati sorgere tra la vegetazione è emozionante. Penso a quando vedevo le foto di questi posti sul Nationa Geographic o sui libri di scuola. Essere qui di persona è magnifico. La scelta della bicicletta, per quanto stancante, è stata eccezionale. Riesci a guardarti attorno con calma e vivere a pieno il momento. Anche se le distanze da coprire possono essere ampie e arrivi alla sera abbastanza provato. Non oso pensare come potesse essere in antichità. So già che non vedremo tutto il sito in questo viaggio, ma sono già certo di voler tornare per scoprire ciò che lascerò indietro.

La sera ci dirigiamo a Pub Street, la via più turistica di Siem Reap, per cenare. La via è formata esclusivamente da locali a due piani ammassati gli uni agli altri, dove turisti e locals (ma più turisti) si trovano a mangiare, bere cocktails a 2 dollari e ballare. E’ indubbiamente una via kitsch, la musica tamarra è spinta fortissimo dalle casse all’esterno dei locali e le luci e luminarie fanno sembrare di essere a una carnevalata. Ceniamo e decidiamo di andare a bere qualcosa in uno dei locali. Chi non vorrebbe provare un cocktail a 2 dollari?

Stiamo per tornare a casa, quando passiamo davanti ad un ape car modificato, con musica maranza a tuono, luci che manco la fosse un albero di natale a Times Square. Ci facciamo fare un giro anche qui, poi un altro, poi un secchiello e la serata decolla.

Iniziamo a ballare per strada, poi da li ci spostiamo al Temple, che diventerà la nostra nuova casa fino a quando non lasceremo Siem Reap. Davvero, credo di aver passato più ore li, che non nella mia stanza d’albergo. Non starò a raccontare nei dettagli cosa è successo quella sera, perchè abbiamo solo ballato, bevuto un paio di robine e ballato ancora. E poi sono arrivate le 4 del mattino e la nostra sveglia era programmata per le 4:30, per poter andare a vedere l’alba sull’Angkor Wat.

Abbiamo quindi letteralmente fatto il dritto?

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