Cambogia – Day 3

29La sveglia suona alle sei in punto. Abbiamo riposato meno di sei ore e lo sento addosso. La notte non è stata delle migliori, faceva caldo e al risveglio mi sento gli occhi gonfi. Alle sette ci ritroviamo nella hall dell’albergo con gli altri per andare a fare colazione.

Mangiamo leggero, forse troppo: pane, burro e marmellata. Carichiamo i bagagli su dei tuk tuk che ci portano appena fuori città per la prima attività della vacanza: il bamboo train.

Quella che proviamo noi è una versione per turisti, ma rende bene l’idea di come funzionano i bamboo train in Cambogia. Qui la gente li usa davvero. Le ferrovie sono poche, logore e i treni sono rari e lenti. Per questo vengono usate queste “zattere” di legno dotate di motore e appoggiate su delle ruote per le rotaie. In questo modo spostano merci e persone sulle linee ferroviarie e quando sopraggiunge un treno, scendono dalla zattera, smontano tutto, fanno passare il convoglio e poi rimontano e proseguono.

L’esperienza fa molto “Gardaland”: su ogni zattera siamo in quattro più il macchinista. Dato che siamo in diciotto, creiamo un convoglio di cinque zattere che si muovono in fila. Per questo, quando incontriamo altre zattere provenienti nel senso opposto, sono loro a dover scendere e lasciarci passare. Di treni non ne passano, come dicevo, è una attrazione per turisti e secondo me quel ramo della ferrovia è in disuso. Però è divertente, oltre al fatto che è anche abbastanza veloce, c’erano dei punti dove credo abbiamo sforato i 30 km/h.

Riprendiamo i tuk tuk e attraversiamo Battambang per raggiungere le rive del fiume Sangker. La città di giorno si dimostra viva. Incrociamo un sacco di studenti in divisa, anche se mi rendo conto di quanta umile gente viva qui.

La giornata era cominciata abbastanza nuvolosa, ma appena raggiungiamo il fiume, il cielo si apre e il sole arriva a scaldarci. Saliamo su una barca a due piani che può portare una sessantina di persone, ma che per oggi è riservata solo per noi. La discesa lungo il fiume procede lenta e ne approfittiamo per prendere un po’ il sole. Lungo la discesa incrociamo altre barche più piccole, caratterizzate da un pescaggio basso e spesso una piccola copertura per ripararsi dal sole. Lungo le rive vediamo molte case di pescatori e piccole zone di pesca costruite nell’acqua. I pescatori avvolgono queste zone costituite da rami immersi nel fiume con delle reti e poi vi si immergono per catturare i pesci (a volte a mani nude… che pazienza).

Il sole è forte, ma non lo sento colpirmi grazie all’arietta che tira sulla barca. In poco mi addormento.

Ad un certo punto il capitano della barca sbaglia una manovra e finisce dentro negli arbusti che lambiscono le rive. Non ci fermiamo, ma dalle piante cadono a bordo una moltitudine di formiche rosse grosse come una falangetta, che iniziano a morderci. Il secondo piano della barca è quasi completamente compromesso e ci rifugiamo al piano di sotto. Da questo momento in poi la barca inizierà a sbandare continuamente ad ogni ansa del fiume. Scopriremo solo poi che hanno avuto un problema meccanico che ci costringe ad affrontare tutte le curve in derapata. Urtiamo gli arbusti sulle rive innumerevoli volte e ci tireremo a bordo altri insetti come ragni o cavallette, finiamo incagliati un paio di volte, e raggiungiamo il top dell’avventura action quando prendiamo dentro nella casa/trabucco di una famiglia di pescatori. La moglie esce disperata in lacrime con figlio in braccio, mentre barcaiolo e pescatore si accertano (sommariamente) dei danni. Sembra fosse tutto ok, perché poi ripartiamo (o fuggiamo).

Proseguendo nella discesa il fiume si fa mano a mano più stretto e questo rendeva le manovre sempre più difficili. Passiamo in un punto del fiume in cui è ricoperto completamente di piante galleggianti. Sembrava di navigare in un prato, tanto che per un istante il barcaiolo sbaglia strada. Insomma, per un paio di ore abbiamo vissuto l’avventura.

Il fiume si è poi allargato e passiamo per diversi villaggi sull’acqua. Vediamo palafitte, case galleggianti, tutto costruito in legno ma, man mano che discendiamo, anche qualche rara costruzione in cemento, fatta per resistere agli innalzamenti del fiume nella stagione monsonica. Cogliamo momenti di vita: famiglie che cucinano, madri che lavano i bambini, danno da mangiare a polli e maiali (si, maiali, allevati su zattere galleggianti). Penso a quanto mi piacerebbe scendere e esplorare quella zona, magari essere ospite di alcune di quelle famiglie e provar a vivere come loro per un paio di giorni. Una esperienza simile a quella che avevo fatto a Panauti in Nepal.

Intanto il fiume continua ad allargarsi e a ricordami il mio Po. La navigazione più serena in questo tratto mi porta ad appisolarmi di nuovo. Mi risveglio che stiamo attraversando l’ultimo grande villaggio prima di immetterci nel lago Tonle Sap. Mi rendo conto che sto dormendo molto, non so se sia il fuso orario o che sono partito molto stanco (oltre al viaggio che non ha molto aiutato).

Il Tonle Sap è enorme. Non riesco a vederne i confini quando lo raggiungiamo. L’unico punto di riferimento è una montagna solitaria all’orizzonte, che poi è la nostra destinazione. Le acque sono scure e profonde. Navighiamo per almeno due ore prima di raggiungere una insenatura vicina alla montagna solitaria. Il sole sta scendendo e mentre sbarchiamo arriva il tramonto.

Saliamo su un pulmino che ci porta a Siem Reap dove alloggeremo per quattro notti. Vorremmo andare a vedere Pub Street, la zona dei locali dove c’è la movida, per iniziare a farci una idea per Capodanno, ma siamo stanchi tutti quanti. Ceniamo non troppo lontano dall’albergo, in un ristorantino molto street, dove mangio del semplice riso fritto con verdure e provo delle rane fritte.

Dopo cena rientriamo, domani la sveglia sarà prima dell’alba!

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